I motivi del percorso di ricerca

Il Cedise ha avviato sul suo sito un’indagine online rivolta ai sardi nel mondo, in particolare alle giovani generazioni, che hanno intrapreso il percorso migratorio in questi ultimi anni drammaticamente segnati dall’acutizzarsi della crisi economica e sociale internazionale.

Su questo fenomeno, che in Italia sta assumendo proporzioni preoccupanti, si sono già avuti diversi scatti. Importanti istituti di ricerca di carattere nazionale, come l’Istat, hanno iniziato a sondare il campo, a sceverare i problemi e a trarre le prime conclusioni.

Negli ultimi quattro anni, in Sardegna, a fronte di una diminuzione degli iscritti che giungono nell’isola dall’estero (si passa dai 5.945 del 2010 ai 4.361 del 2013), si registra un incremento delle cancellazioni per l’estero (dai 1.485 ai 2.593). I dati dell’ISTAT sulla ripresa dell’emigrazione hanno destato nel 2011 le prime preoccupazioni anche sulla stampa. “L’esodo. Ieri le braccia, oggi le intelligenze”, così intitolava nel numero di settembre/ottobre del 2011 l’editoriale de Il Messaggero sardo, periodico della Regione Sardegna rivolto al mondo delle migrazioni. Chiarisce meglio i dati ISTAT il Rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo del mezzogiorno) del 2013. Le cifre riportate nel Rapporto sono decisamente più consistenti perché nello studio vengono ricompresi anche i giovani sardi in partenza verso altri comuni italiani. I giovani che hanno lasciato l’isola tra il 2010 e il 2011 sono, per il Rapporto, circa 6.600, hanno tra i 18 e i 34 anni e provengono in maniera più netta dalla zona del Sulcis e dal Nuorese. La meta prediletta rimane il Nord Italia, in particolar modo Milano, circa 600 si sono diretti all’estero.

In Sardegna continua lo spopolamento “di lungo corso” dei piccoli centri interni e i ben noti processi di polarizzazione verso i centri urbani e le coste[1]. La meta estera privilegiata resta la Germania (28,6%). Seguono la Francia e il Belgio, rispettivamente, con il 23,7% e il 12,4%. Sempre in Europa, il 7,9% dei sardi si trasferisce in Svizzera, il 6,3% nei Paesi Bassi, una percentuale pari sceglie il Regno Unito. I paesi d’Oltreoceano sono ancora poco battuti, tra quelli extraeuropei continua a spiccare l’Argentina, anche se viene scelta solamente dal 3,1% dei migranti sardi; gli USA si attestano allo 1,6%, l’Australia si ferma allo 1,3%. Se da un lato risulta strutturale l’emigrazione sarda in Europa, negli ultimi anni si riscontrano incrementi significativi tra i paesi extraeuropei, proprio i paesi dell’America Latina, in particolar modo Uruguay, Brasile, Cile e Argentina (tutti con un incremento del 15% rispetto al 2008).

Si sente sempre più la necessità di approfondire questi dati oltre alla pura analisi statistica e quantitativa per cercare di capire quali siano le diverse motivazioni alla base della “ripresa” del fenomeno emigratorio sardo. Cause tradizionali, come quella della mancanza di opportunità lavorative, sembrano sommarsi ad altre più recenti. La stanchezza delle generazioni nei confronti del nostro paese è quella più invocata. Essa investe in alcuni casi le pratiche superate, la chiusura delle vecchie generazioni rispetto al nuovo che avanza, il rifiuto di un sistema-paese che ignora il merito e le capacità individuali e si muove secondo le vecchie logiche familistiche e clientelari. Nella volontà di raggiungere paesi esteri, e per i sardi semplicemente il Nord Italia, non c’è però soltanto il desiderio di “fuggire”, ma anche di considerare il mondo come uno scenario più vasto dove realizzare progetti di vita.

Per quali motivi i giovani sardi decidono di lasciare l?isola? Quali profili socio-culturali hanno coloro che partono? A quali condizioni, giovani e meno giovani, più istruiti e meno istruiti, scienziati o camerieri riescono a fermarsi in un paese straniero? E, infine, siamo di fronte a mobilità di tipo permanente o a modelli migratori “vai e vieni” in cui ad un periodo all’estero si alternano ritorni più o meno lunghi nell’isola?

Questa indagine vuole restituire complessità e spessore ai dati numerici. Questo sia per mappare la presenza dei sardi nel mondo, le loro attività, i problemi e le potenzialità di questa presenza dislocata; sia per rilanciare il dibattito sul problema demografico in Sardegna, un’isola che, a causa della sua scarsa densità abitativa, subisce in maniera drammatica l’impatto delle emigrazioni in termini di spopolamento e di depauperamento della forza lavoro attiva.


Il questionario e il piano di ricerca sono stati elaborati e coordinati da Silvia Aru e da Francesca Mazzuzzi. Silvia è una geografa, attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio dell’Università degli studi di Cagliari, autrice e curatrice di diversi volumi sul tema dell’emigrazione italiana e di studi sul campo in Canada e in Brasile. Francesca è dottoranda in Storia moderna e contemporanea presso l’Università degli studi di Cagliari, e si occupa di politiche migratorie della Regione Sardegna. In qualità di ricercatrice, ha trascorso un lungo periodo di lavoro in Argentina.

Attorno a loro vi è il resto dello staff scientifico del Cedise, Consuelo Costa e Piero Loi, rispettivamente storica e archivista e sociologo della comunicazione. Per la predisposizione del questionario va ringraziata anche la FASI, particolarmente la Presidente Serafina Maxia, che, personalmente e tramite il suo staff di giovani studiosi, ha dato preziose indicazioni.


[1]             Acli, “Analisi dei flussi migratori e dello spopolamento in Sardegna nel 2010”, tavola rotonda tenutasi a Gesico nell’ambito della Festa dell’emigrato, 2010.

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